Nell’ADHD il rapporto con il cibo può essere influenzato non solo dall’impulsività, ma anche da attenzione, pianificazione, regolazione emotiva e capacità di riconoscere i segnali di fame e sazietà. Questo non significa che l’ADHD causi un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione, né che ogni pasto saltato sia un segnale patologico: significa però che, quando alcune difficoltà si ripetono e interferiscono con il benessere, vale la pena comprenderne il funzionamento anziché ridurle a una questione di volontà.

Quando si parla di ADHD, l’attenzione clinica si concentra spesso su disattenzione, impulsività, organizzazione e rendimento scolastico o lavorativo. Il rapporto con il cibo tende invece a rimanere sullo sfondo, benché nella pratica clinica possa emergere con una frequenza che merita attenzione.

Può capitare di osservare, in bambine, bambini, adolescenti e persone adulte, alcuni pattern ricorrenti:

  • il pasto dimenticato perché l’attenzione si è spostata altrove;
  • la fame riconosciuta soltanto quando è già molto intensa;
  • il cibo cercato in risposta alla noia, allo stress o a una tensione emotiva;
  • la sazietà che, per alcune persone, può essere riconosciuta tardi o diventare difficile da usare come guida durante il pasto.

Non è la regola e non riguarda tutte le persone con ADHD. Quando però questi pattern sono presenti, rischiano di essere letti superficialmente come “disorganizzazione”, “poca disciplina” o “mancanza di controllo”: interpretazioni poco accurate e, soprattutto, clinicamente poco utili.

Va precisato un punto importante: un’alimentazione irregolare non equivale automaticamente a un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione. Possono verificarsi entrambe le derive: famiglie che si allarmano per abitudini disorganizzate ma non necessariamente patologiche, oppure famiglie che minimizzano segnali più rilevanti attribuendoli soltanto alla distrazione. Il compito clinico consiste proprio nel non cadere in nessuno dei due estremi.

Cosa indicano gli studi

Questa osservazione trova riscontro nella letteratura scientifica. Una metanalisi di riferimento di Nazar e colleghi ha rilevato, nelle persone con ADHD, una probabilità significativamente maggiore di ricevere anche una diagnosi di disturbo dell’alimentazione rispetto ai gruppi di confronto (OR = 3,82; IC 95%: 2,34–6,24).

Questo dato indica un’associazione aumentata nei campioni esaminati; non significa che l’ADHD determini inevitabilmente un disturbo dell’alimentazione, né che una persona con ADHD sviluppi necessariamente un problema alimentare.

L’associazione appare più consistente per l’alimentazione disinibita, gli episodi di perdita di controllo e la sintomatologia bulimica. Per le condotte restrittive, invece, l’evidenza è più eterogenea e va letta con maggiore cautela.

Un’associazione statistica non dimostra infatti un rapporto di causa-effetto. Non è corretto affermare che l’ADHD “provochi” un disturbo dell’alimentazione: si tratta di condizioni complesse, che possono intrecciarsi con la storia evolutiva e personale, il funzionamento emotivo, il contesto familiare, le esperienze relazionali, l’ambiente e la presenza di altre difficoltà psicologiche o mediche.

Anche la minireview di Villa e colleghi, focalizzata su infanzia e adolescenza, rileva che la maggioranza degli studi inclusi ha riscontrato un’associazione tra ADHD e disturbi dell’alimentazione. Gli stessi autori sottolineano, tuttavia, la necessità di studi più solidi per comprendere meglio le traiettorie evolutive, i meccanismi coinvolti e le implicazioni cliniche.

Perché l’impulsività non basta

L’impulsività è una possibile componente del problema, ma non è sufficiente a spiegare l’intero quadro. Ridurre il rapporto tra ADHD e comportamento alimentare alla difficoltà di resistere a un alimento appetibile rischia di semplificare eccessivamente.

Mangiare con una certa regolarità richiede diverse funzioni:

  • ricordarsi del pasto anche quando si è concentrati su altro;
  • interrompere un’attività coinvolgente;
  • riconoscere i primi segnali di fame;
  • pianificare che cosa mangiare e procurarsi ciò che serve;
  • gestire l’attesa, soprattutto quando la fame è già intensa;
  • monitorare ciò che sta accadendo durante il pasto;
  • accorgersi gradualmente della sazietà.

Un adolescente molto assorbito dallo studio, da un videogioco o da un’attività particolarmente stimolante può continuare a rimandare il pranzo fino a quando la fame diventa difficile da ignorare. In quel momento, però, deve ancora scegliere che cosa mangiare, organizzarsi, preparare il pasto o attendere che sia pronto: proprio quando le risorse di autoregolazione possono essere già più ridotte.

Ciò che dall’esterno può apparire come semplice disorganizzazione può quindi assumere un significato diverso se letto alla luce del funzionamento esecutivo: memoria prospettica, pianificazione, gestione del tempo, flessibilità, monitoraggio e capacità di interrompere un’attività.

A questo si possono aggiungere altri elementi. Nei momenti di noia o di sotto-stimolazione, alcuni alimenti possono diventare particolarmente attraenti perché immediatamente gratificanti. In altri casi, il cibo può assumere una funzione di regolazione emotiva: attenuare stress, frustrazione, irritazione, solitudine o senso di vuoto, talvolta senza una piena consapevolezza del processo.

Un ulteriore aspetto riguarda l’interocezione, cioè la capacità di percepire e interpretare i segnali corporei interni, come fame, sazietà, attivazione fisiologica ed emozioni. Non si tratta di una difficoltà presente in tutte le persone con ADHD né di una sua caratteristica diagnostica. È, piuttosto, un’area che può essere utile esplorare quando una persona riferisce di accorgersi molto tardi della fame, di fare fatica a riconoscere la sazietà o di confondere stati emotivi e bisogni corporei.

Alcuni studi suggeriscono che l’umore negativo e un minore affidamento ai segnali interni di fame e sazietà possano mediare statisticamente parte della relazione tra sintomi ADHD e comportamenti alimentari disfunzionali. Questi risultati sono clinicamente interessanti, ma non permettono di affermare che tali fattori costituiscano una causa unica o dimostrata.

Cosa esplorare nella valutazione

In presenza di ADHD, può essere utile esplorare anche il rapporto con l’alimentazione: la regolarità dei pasti, il modo in cui vengono percepite fame e sazietà, eventuali episodi di perdita di controllo, il rapporto tra cibo ed emozioni e la presenza di restrizioni, regole alimentari rigide o preoccupazioni per il peso e la forma del corpo.

Il ragionamento vale anche nella direzione opposta. Di fronte a una difficoltà alimentare significativa, può essere utile approfondire attenzione, impulsività, pianificazione, gestione del tempo e regolazione emotiva, oltre all’eventuale presenza di sintomi ADHD fin dall’età evolutiva. L’obiettivo non è cercare necessariamente una seconda diagnosi, ma costruire una comprensione più completa quando emergono elementi clinicamente coerenti.

Uno strumento di screening può aiutare a orientare l’approfondimento, ma non è sufficiente, da solo, né per confermare né per escludere una diagnosi.

Quando è necessario approfondire

Per genitori e caregiver di bambine, bambini e adolescenti, meritano attenzione clinica alcuni segnali persistenti nel tempo:

  • pasti frequentemente saltati o fortemente irregolari;
  • episodi ricorrenti di perdita di controllo sul cibo;
  • ricorso al cibo come modalità prevalente per gestire emozioni difficili;
  • restrizioni progressivamente più rigide;
  • sofferenza significativa legata al cibo, al peso o all’immagine corporea;
  • conflitti familiari ripetuti e intensi attorno ai pasti;
  • interferenza delle difficoltà alimentari con scuola, relazioni, energia quotidiana o benessere psicologico.

Le condotte restrittive richiedono una lettura particolarmente attenta. Possono avere significati diversi e comparire in quadri clinici eterogenei: preoccupazione per peso e forma corporea, paura di aumentare di peso, sensibilità sensoriale, ansia, difficoltà pratiche, ricerca di controllo, condizioni mediche o altri fattori. Non è appropriato attribuirle automaticamente all’ADHD o alle sole difficoltà esecutive.

In presenza di perdita di peso rapida, vomito autoindotto, uso improprio di lassativi, digiuni prolungati, svenimenti, debolezza importante, sintomi di disidratazione, dolore toracico, pensieri suicidari o autolesivi, è necessaria una valutazione medica tempestiva.

Un’attenzione specifica è necessaria anche quando la persona assume una terapia farmacologica per l’ADHD. Alcuni trattamenti possono influenzare l’appetito; eventuali variazioni significative della fame, dell’alimentazione o del peso vanno sempre discusse con il medico prescrittore. Non è opportuno modificare, sospendere o compensare autonomamente una terapia farmacologica.

Dalla forza di volontà al funzionamento

Una delle indicazioni meno utili è invitare la persona a “controllarsi di più” o ad avere “più forza di volontà”. Un comportamento complesso raramente cambia perché si chiede di applicare con maggiore impegno una strategia che, fino a quel momento, non è stata sufficiente.

Può essere più utile chiedersi quale funzione stia svolgendo questo comportamento, in questo momento, per questa persona, e quali condizioni potrebbero renderne più possibile la regolazione.

Da qui può partire un lavoro concreto, calibrato sulla persona e sul suo momento evolutivo. In alcuni casi sarà utile rendere più sostenibili le routine e ridurre il carico organizzativo; in altri lavorare sulla consapevolezza dei segnali corporei, sulla regolazione emotiva o sulle funzioni esecutive che interferiscono con l’alimentazione. Non esiste una strategia valida per tutti: l’intervento acquista significato quando nasce dalla comprensione dei processi che, in quella persona, stanno mantenendo la difficoltà.

Quando è presente un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione conclamato, il trattamento richiede una presa in carico multidisciplinare e multidimensionale. La componente medica, nutrizionale e psicologica deve essere integrata all’interno di un’équipe con competenze specifiche, in base alla gravità del quadro e ai bisogni della persona.

In questo contesto, il contributo dello psicologo consiste nel comprendere i processi emotivi, cognitivi e comportamentali coinvolti, sostenere lo sviluppo di strategie più funzionali e lavorare in raccordo con gli altri professionisti coinvolti nel percorso di cura.

Riferimenti essenziali

  • Nazar, B. P., Bernardes, C., Peachey, G., Sergeant, J., Mattos, P., & Treasure, J. (2016).The risk of eating disorders comorbid with attention-deficit/hyperactivity disorder: A systematic review and meta-analysis.International Journal of Eating Disorders, 49(12), 1045–1057.
  • Kaisari, P., Dourish, C. T., & Higgs, S. (2017).Attention deficit hyperactivity disorder (ADHD) and disordered eating behaviour: A systematic review and a framework for future research.Clinical Psychology Review, 53, 109–121.
  • Kaisari, P., Dourish, C. T., Rotshtein, P., & Higgs, S. (2018).Associations between core symptoms of attention deficit hyperactivity disorder and both binge and restrictive eating.Frontiers in Psychiatry, 9, Article 103.
  • Villa, F. M., Crippa, A., Rosi, E., Nobile, M., Brambilla, P., & Delvecchio, G. (2023).ADHD and eating disorders in childhood and adolescence: An updated minireview.Journal of Affective Disorders, 321, 265–271.